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Art of fake food: Commercial Vs Real Life (la pubblicità che inganna tutti)

Commercial Vs Real Life: quanto c’è di vero dietro le pubblicità di ciò che mangiamo? Panini. Tacos. Pizza. Carne ben cotta. Primi e secondi piatti emozionanti. Negli spot in tv, sui Social e nelle locandine promozionali sembrano deliziosi, succulenti, ricchi di colore e di sapore.

Ma, ogni giorno, ci basta ordinare quegli stessi prodotti ed assistere allo svanire dell’illusione promozionale.

Bombardati da pubblicità e promozioni di ogni genere crediamo di conoscere le “regole del gioco” e di saper schivare ogni trappola (o quasi) preparata ad arte per noi, magari da un algoritmo che ci ascolta quotidianamente e sa cosa preferiamo.
Invece, accade -con una certa frequenza-, di scegliere un prodotto (una pietanza o qualcosa da gustare) invogliati da spot vividi e manifesti patinati che sembrano letteralmente “chiamarci” e rivolgersi esattamente a noi, solleticando immaginazione, voglia e palato.

Art of fake food: Commercial Vs Real Life - "Mangiare è uno dei quattro scopi della vita... Quali siano gli altri tre, nessuno lo ha mai saputo".

In effetti: l’intero universo pubblicitario si basa sulla necessità di comunicare al meglio le caratteristiche di un prodotto. Acquistando le immagini sui siti dedicati (come abbiamo fatto noi per decorare questo articolo). Sofisticando le immagini, se serve. Del resto l’espressione “l’immagine sulla confezione ha il solo scopo di presentare il prodotto” è onnipresente e richiama il titolo dell’articolo: Commercial Vs Real Life. Forma Vs Sostanza.
Lo sappiamo bene, eppure la disillusione e lo sconforto sono sempre dietro l’angolo.

Un classico delle delusione sono i prodotti da supermercato e la maggior parte delle proposte disponibili nei Fast Food (non solo quelli basati sugli hamburger), ovvero il famigerato (e apprezzatissimo, nonostante tutto) junk food.

Art of fake food: Commercial Vs Real Life - "L'immagine sulla confezione ha il solo scopo di presentare il prodotto"

Esistono interi siti web, meme, video e gallerie a dimostrazione del rapporto inverso tra “impegno nella finzione” e “resa finale”. Come i siti Fast Food: Ads vs Reality e Food in real life.

Questo articolo si concentra invece sulle tecniche più note e diffuse per manipolare le immagini alle quali ci riferiamo. Conoscere le tecniche di manipolazione, forse, potrebbe aiutarci ad aumentare la soglia di attenzione. Quasi come conoscere in anticipo i trucchi di un mago al suo spettacolo.

Ecco la parola chiave: “trucco”. Anzi, ancora meglio: “arte scenografica del trucco”. Andiamo dunque al sodo.
E’ il momento di approfondire con la serie di video accuratamente scelti per te, seguiti dai consueti link di approfondimento sull’influenza della Food-Advertising nella nostra vita quotidiana.

Buona visione. Pardon, buon appetito!


La serie “Art of fake food” non si esaurisce qui e continua anche negli altri articoli:


Una premessa è d’obbligo: non bisogna confondere i trucchi del mestiere (del fotografo e del foto-ritoccatore) con i peggiori intenti dietro la falsificazione del risultato in tavola. Esistono ragioni comprensibili dietro alcuni “risultati visivi alternativi” (soprattutto laddove la preparazione è soggetta a meccaniche industriali e catene di produzione su larga scala).

Iniziamo con il “dietro le quinte” di uno shooting fotografico legato agli “archi dorati”…

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…per passare subito a 30 trucchi del mestiere che potrebbero toglierci l’appetito. Non guarderemo più certi prodotti con la stessa voglia. E’ garantito. A meno che non si ami l’olio motore nei pancakes o la schiuma da barba sulla torta al cioccolato.
(Nota a margine: questo video aggiunge anche alcuni passaggi diversi che mettono in mostra le poco allettanti proprietà di alcuni cibi in commercio).

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Controbilanciare la sequenza è d’obbligo. Altrimenti correrremo il rischio di pensare che ogni immagine pubblicitaria sia finzione.
Non è così e l’arte della Food Photography non va associata direttamente alle truffe visive di cui ci stiamo occupando in questo articolo. Ma è chiaro che, in certe condizioni, il fotografo deve produrre valore con il suo scatto, anche laddove il prodotto a sua disposizione non è quello desiderato.

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