Art of fake food: bufale, imitazioni, bistecche stampate (e altre storie)

La “trilogia fake food” si chiude con un approfondimento sui cibi della nostra tavola, informazioni e tendenze da conoscere, bufale e imitazioni da distinguere, verso un futuro prossimo fatto di sostenibilità e tecnologia.

Dopo aver analizzato il mondo della pubblicità a tema food nei primi due articoli, è il momento di affrontare, di petto, declinazioni che riguardano direttamente tutti noi, che si legano alla nostra salute e che hanno un impatto sensibile sul modo in cui ci alimentiamo ogni giorno.
Quella che viviamo è una strana “età dell’oro” della cucina (e dell’intrattenimento a tema); ci affanniamo a consumare quantità di cibo enormi che vanno ben oltre il nostro reale fabbisogno quotidiano e, a giudicare dalle tendenze sui Social, il cibo e la cucina sembrano essere un “pensiero fisso” per la maggior parte degli utenti.

Cerchiamo ossessivamente ricette, nuovi piatti, nuovi condimenti, nuovi sapori: più sono “inconsueti”, assurdi o esotici e più sembrano attirarci (spingendoci a rinunciare, per inciso, ad una cultura identitaria, in cucina, che non ha nulla da invidiare al resto del mondo).

Questa ossesione è quasi una “valvola di sfogo” a buon mercato, una fantasia a portata di mano che ci permetta di abbandonare, temporaneamente, lo stress del quotidiano e le insoddisfazioni che ci portiamo dentro (il paragone con il concetto di “droga” è del tutto legittimo, riteniamo).

Fatto curioso: nella citazione scelta per questo articolo (immagine in basso), rintracciamo tutta la smania e il delirio verso questa tipologia di contenuti (che fa perno sulla riposta del cervello a stimoli prevalentemente visivi, ma non solo), attribuita però ad un autore morto nel 1826, due secoli fa, in piena Rivoluzione Industriale.

La scoperta di un piatto nuovo è più preziosa per il genere umano che la scoperta di una nuova stella – Anthelme Brillat-Savarin

Evidentemente, quello che dovrebbe essere un bisogno primario è anche il volano di altre reazioni umane.
Per questo motivo alla “frenesia” che viviamo dobbiamo contrappore uno spirito critico necessario a scansare le tante, troppe trappole dell’audience facile.
Dunque, nel pieno spirito “aggregativo” di in1soloclick.it abbiamo sviluppato questo lungo articolo-guida in 3 sezioni chiave che contengono tantissimi contenuti e riferimenti da leggere, da approfondire, da conoscere.
Prenditi il tempo necessario per leggere tutto, ne vale la pena.


La serie “Art of fake food” non si esaurisce qui e continua anche negli altri articoli:


(1) FAKE NEWS SUL CIBO DA CONOSCERE

Iniziamo dalle fake news sul cibo, ne va della tua salute in tavola.

Dalle “diete rivoluzionarie” al business dell’industria, fino a furbizie di ogni sorta o veri e propri atti criminali, l’era che viviamo ci obbliga a saper distinguere il vero dal falso e dagli interessi altrui che, senza alcuno scrupolo, abusano della nostra fiducia.

Il primo suggerimento è dedicato ad un volto noto dei Social: un “amichevole chimico di quartiere” che da anni trasmette tutta la sua cultura della Scienza in Cucina e la sua simpatia attraverso social media e libri a tema: Dario Bressanini, divulgatore scientifico da seguire attraverso tutti i suoi canali, ad iniziare dal suo canale Instagram fino a TikTok (il più recente ma non certo meno ricco di contenuti).
Ricette, consigli e, soprattutto “debunking” di false notizie e luoghi comuni; i suoi canali accolgono centinaia di migliaia di followers, affezionati alla scoperta continua ed ai tanti chiarimenti disponibili nel suo canale.

Le bufale sull’alimentazione (che danneggiano tanto noi quanto l’economia del Made in Italy, come leggeremo nella prossima sezione) sono oggetto costante di osservazione da parte di tutte le entità preposte. Ad esempio l’Istituto Superiore di Sanità che mette a nostra disposizione una intera sezione del suo sito, accessibile da questa pagina; al suo interno, sfogliando le pagine in elenco, si trova la risposta più attendibile a dubbi, leggende urbane e miti da sfatare.


(2) IL FALSO MADE IN ITALY VS L’ECCELLENZA ITALIANA

Spostiamo il fronte di interesse su chiavi di lettura di portata più ampia che, inevitabilmente, vanno affrontate. Concentriamoci, cioè, sulla categoria di Falsi che rappresentano tanto un attacco al mercato dei prodotti italiani quanto una minaccia concreta alla nostra salute.

E’ cosa nota: fuori dall’Italia esistono abusi di ogni genere sia nella grande distribuzione che in quella al dettaglio, storpiature di marchi e riferimenti desiderosi di apparire un “prodotto italiano”, defraudando -è il caso di dirlo- sia gli utenti sia le aziende italiane. Una pratica diffusa e molesta che frattura e danneggia il valore del nostro mercato e delle esportazioni di settore. Superfluo chiedersi quali possano essere i rischi per i consumatori.

L’agropirateria del falso Made in Italy vale 100 miliardi di euro, un business imponente che genera un danno economico al quale è associata anche la diffusione di fake news online che, da un’analisi recente, sembrano esseri moltiplicate a dismisura negli ultimi anni.

Top Ten tarocchi Made in Italy secondo Coldiretti

LA TOP TEN DEI CIBI MADE IN ITALY PIU’ TAROCCATI SECONDO COLDIRETTI:

  1. Mozzarella (anche con storpiature come Zottarella) 
  2. Parmigiano Reggiano e Grana Padano (imitazioni da Parmesan a Grana Pompeana, da Parmesao a Reggianito e molto altro in tutti i continenti)
  3. Provolone (copie prodotte in tutte le Americhe, da Nord a Sud)
  4. Pecorino Romano (imitazioni vendute come Romano ottenuto con latte di mucca e non di pecora)
  5. Salame (prodotto anche con indicazioni geografiche false come Calabrese, Toscano, Milano, Genova, Veneto, Firenze, Napoli)
  6. Mortadella (imitazioni anche con storpiature come mortadela, indicazioni geografiche false come siciliana o con carne diversa da quella di suino)
  7. Sughi (realizzati con contenuti e ricette anche stravaganti che richiamano impropriamente all’Italia e indicazioni geografiche false come bolognese
  8. Prosecco (con storpiature del nome come Prosek, il Meer-secco, il Kressecco, il Semisecco, il Consecco e il Perisecco
  9. Chianti (con imitazioni in bottiglia ma con in wine kit per preparazione casalinga con polveri e alambicchi).
  10. Pesto (imitazioni del Pesto alla genovese, che si possono trovare in Europa quanto negli Stati Uniti con lo Spicy Thai Pesto, e persino in Sudafrica dove c’è il Basil Pesto)

Quello che forse non sappiamo (e neppure immaginiamo) è quanto il problema riguardi anche i nostri supermercati nei casi in cui l’etichetta informativa non rispetti gli standard, celando, evidentemente, qualcosa di sospetto sulla reale natura dei prodotti, la loro provenienza, il tipo di lavorazione -che può implicare contaminazioni- e, ovvio, le certificazioni richieste).

L'etichetta Nutri-score. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Parlando di etichette informative, forse c’è una buona notizia: già da qualche tempo è in atto la discussione su quale debba essere l’identificativo condiviso a livello europeo; una delle candidate è l’etichettatura NUTRI-SCORE, un identificativo “semaforo” promosso dalla Francia che, insieme ad altri 5 paesi europei, ha già adottato questo sistema e che è oggetto di valutazione (insieme con altri) per la sua eventuale estensione d’uso in tutta Europa. Tra “pro” e “contro” (entrambi motivati e comprensibili) una etichetta condivisa dovrebbe comunque aiutare il consumatore.
Il dibattito è ancora in corso, non è facile mediare tra le parti in causa e mettere d’accordo diversità territoriali, aziende e produttori; certamente si tratta di una necessità che arginerebbe l’agropirateria di cui si parla, ne siamo sicuri.
A seguire, tra gli approfondimenti, alcuni link legati alla suddetta etichetta ed alla sua alternativa italiana, la “NutrInform battery” .


Mentre si cerca di ottenere una Certificazione che tuteli il Made in Italy, anche con l’avallo -se possibile- dei ristoratori italiani in tutto il mondo (e di uno standard informativo condiviso, eventualmente), sono proprio le notizie false e gli attacchi internazionali ai nostri prodotti a danneggiarci enormemente, come rilevato dall’agenzia Klaus Davi & Co., prendendo di mira vini, formaggi, mozzarella di bufala, olio, pasta e persino il pane.

Per farsi un’idea, ecco una lista delle bufale che, se non avessero un impatto tanto serio, probabilmente ci strapperebbero un sorriso, in certi casi.

Come specificato nei nostri approfondimenti, il rapporto biennale Infosfera (a cura dell’Università Suor Orsola Benincasa) denuncia l’impreparazione degli italiani che non sanno distinguere tra bufale e notizie attendibili (82% degli italiani).

Davanti a questo scenario, in attesa di ulteriori strumenti in nostro aiuto, possiamo solo sottolineare quanto sia importante essere informati, attenti e, soprattutto, puntare alla qualità, anziché al risparmio a tutti i costi. Un bel segnale arriva dalla tendenza green descritta nell’articolo Consumi: Covid spinge record bio a 7,5 mld.

Alcuni riferimenti utili sul fronte “Falso Made in Italy“:

Per chi è interessato a saperne di più sulle etichette europee e, di conseguenza, alle ragioni dei favorevoli e dei contrari:

L’ultimo gruppo di link ci aiuterà a comprendere quanto l’impreparazione di fronte al digitale può penalizzarci tutti, a livelli diversi (ne abbiamo parlato anche noi di in1soloclick qui e qui):


(3) SEMBRA CARNE MA NON È…

fake meat, alcuni esempi
(alcuni esempi di “fake meat”, burger vegetariani e vegan)

Quando il progresso tecnologico unisce le forze con la voglia di Sostenibilità, il risultato non può che rallegrarci. Buone notizie che migliorano ulteriormente se alla coppia si aggiunge un terzo protagonista: il sapore.

L’espressione “fake food” di questa categoria, a differenza della precedente, non ha una declinazione negativa e si riferisce ad una serie di prodotti che, già da qualche tempo, sono protagonisti di una tendenza dai risvolti assolutamente positivi per le sorti del pianeta (questo è l’auspicio).

Fake-meat e fake-fish, hamburger realizzati senza carne e proposte alternative a base vegetale, fino a stampanti 3D opportunamente modificate che promettono di “stampare” il prodotto desiderato grazie ad un’evoluzione tecnica in grado di soddisfare la domanda.

Andiamo per gradi.
Sappiamo bene quanto gli allevamenti intensivi abbiano un impatto negativo per ecosistema e clima di tutto il pianeta, per non parlare dei rischi collegati a virus, patologie e potenziali “salti di specie” che, dalla Mucca Pazza all’Aviaria fino alla recente peste suina (per non parlare dei wet market candidati a possibile causa dello stesso Covid possono rappresentare un rischio per la salute dei consumatori).

Per queste e altre ragioni condivisibili, negli ultimi anni stiamo assistendo ad un aumento costante delle persone che scelgono di diventare vegetariane o vegane, ovvero un’ampia e variegata fascia di consumatori che si alternano o sovrappongono alle schiere di quelli già votati al consumo bio.

Una percentuale così importante da generare nuove strategie, modelli di business, un indotto considerevole e l’interesse delle industrie legate al food.

burger vegetali, alcuni esempi
Alcuni esempi di brand noti come McDonalds, Burger King, KFC e KitKat e dei loro nuovi prodotti vegetariani/vegani

Persino la grande distribuzione (supermarket) o le compagnie più insospettabili, vere “paladine” dei carnivori -come il McDonalds e il Burger King- hanno ormai inserito, tra le loro proposte, dei panini privi di carne o interi gruppi di alimenti vegani e sui social è facile intercettare schiere di food blogger specializzati.

Gli attori coinvolti nella transizione devono però fare i conti con alcune problematiche: appetibilità del prodotto, costo al consumatore finale, tempistica di realizzazione e distribuzione su larga scala.

Risolvendoli ed innescando nuovi modelli di business (processo già in avviato) sarà più semplice proporre al mercato pietanze vegetariane o vegan e mettere il consumatore nella condizione giusta per familiarizzare con nuovi concetti, sapori simili a quelli noti con impatto minore sulla salute del pianeta e dei singoli.

E’ questa la ragione che spinge le aziende -e noi stessi- ad utilizzare formati noti (la bistecca, la fetta di carne, il salume o l’hamburger) per prodotti innovativi: si tratta di un modo per “ingannare” il cervello ed aiutarlo ad accettare il “fake food” sostenibile. Un genere verso il quale in tantissimi dimostrano una certa resistenza (spesso di natura socio-culturale o radicata nella disinformazione).

Rapporto Coop 2021 CONSUMI E STILI DI VITA DEGLI ITALIANI DI OGGI E DI DOMANI
(estratto dal Rapporto Coop 2021 CONSUMI E STILI DI VITA DEGLI ITALIANI DI OGGI E DI DOMANI)

Da un lato, si punta all’innovazione, grazie a nuove tecnologie e strumenti (vedi sezione seguente), dall’altra si sperimenta volentieri tra ingredenti noti (lenticchie, sedano, funghi, farine, ceci, patata, seitan, soja, eccetera) e meno noti (come le farine di insetti) inseguendo il consumatore e le sue abitudini.

Consigliamo la lettura del Rapporto Coop 2021 – Economia, consumi e stili di vita di oggi e di domani (è in PDF, scaricabile gratuitamente) per farsi un’idea del tasso di crescita che, a livello globale, si attesta sul 10%, vale 200 miliardi di dollari e raggiungerà i 300 nel 2025 (dati Bank of America).


Dopo tanti argomenti tosti, è il caso di rilassarsi e chiudere la trilogia con video meno impegnativi, legati comunque, in un modo o nell’altro, al mondo food.
Dallo Stop Motion creativo, a torte che sembrano oggetti, fino ad ingredienti dolci reinterpretati, a forma di burger.
Buona visione!

Sono torte oppure sono quello che sembrano?

Vero pane tostato, in miniatura.

Chiudiamo con una chicca: The sweet burger – un burger che è un dolce a forma di… burger (ma non è una torta, ogni singolo ingrediente è reintepretato e poi assemblato)!


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